Brescia, Galleria ab/arte. L’arte aniconica di William Vezzoli, a  cura di Andrea Barretta. 
C’è da restare impressionati davanti alle opere di William Vezzoli, forse per quell’impronta pittorica che fa pensare a una lunga storia di convivenza con l’arte 
tra serene acquiescenze e furiose battaglie consumate nella lotta per la ricerca 
di una forma pura nel superare la stessa pittura e nella testimonianza da lasciare al tangibile il coronamento del colorismo. Questo è quanto vediamo nella sua arte, 
e c’è di che viverne gli aspetti, nel sondare l’individuale per giungere al collettivo 
che lo pone tra i grandi artisti italiani nel definire il confine tra l’arte e il quotidiano con i suoi oggetti soggetti.

William Vezzoli, autore di una nuova pittura che considera il reale nel concetto che lo fa apparire, nel continuo uso di monocromie senza interventi che l’autodefiniscano, e poi l’oggetto che però non firma in sé per sé, allontanandosi dal Dada ma restando come riferimento nel Nouveau Réalisme, perché integra nel suo lavoro creativo l’apporto dell’era industriale come contributo alla ricerca di un diverso mezzo espressivo. Un modo nel divisare l’arte come continuazione della creazione tra terra e cielo, nell’arcano che sempre si rinnova nelle grandi testimonianze che resistono ad ogni epoca in una sorta di metafisico atteggiamento di quiete imperturbabile.

Non a caso, questo mio testo critico è datato 27 ottobre 2018, perché nello stesso giorno, cinquantotto anni fa, il 27 ottobre del 1960, nascevano i “nuovi realisti”, il movimento artistico che, nelle intenzioni del critico d’arte Pierre Restany, doveva riappropriarsi del reale nell’arte, con la proclamazione in un Manifesto, firmato in nove esemplari manoscritti, per un “nuovo approccio percettivo del reale”, pur in una consapevole diversità tra gli aderenti: Yves Klein, Arman, Dufrêne, Hains, Raysse, Spoerri, Tinguely, Villeglé, cui si aggiunsero César, Rotella e più tardi ancora Niki de Saint-Phalle, Gérard Deschamps e Christo, pur in una “loro singolarità collettiva”.

Come tutti i gruppi e i movimenti di quegli anni, dall’avanguardia storica alla transavanguardia, l’atteggiamento era di contestazione contro tutto e tutti, e ognuno con proprie ragioni, e questi artisti eseguivano il loro impegno sul “reale” anche con l’utilizzo di prodotti dell’industria e di rifiuti della società di massa, entrando a gamba tesa tra pittura e scultura. Così, oggi, tra le accumulazioni di Arman e le compressioni di César, le macchine inutili di Tinguely e i “quadri trappola” di Spoerri, oppure i cartelli strappati di Villeglé e i decollage di Rotella, c’è William Vezzoli con l’oggetto-soggetto da cui trae l’occasione per riformare la coscienza universale, per arrivare alla recondita sacralità delle cose. Perché non lo vediamo come ribelle o mistificante ma, dopo la teorizzazione dell’antiarte da parte di Duchamp, come efficace rivendicazione di una differenza del gesto artistico per quanto non si esaurisce nell’attitudine che riattualizza l’oggetto senza distruggerlo, anzi dandogli il primo piano in ogni suo lavoro, e la massima attenzione, mentre compie l’atto del conservare tralasciando l’azione di rifiuto come prodotto di consumo della società capitalistica. Perché cerca un suo legame archetipo nel far risaltare l’effetto immaginativo in grado di stimolare nello spettatore lo stesso rapporto viscerale e sentimentale, anche con talune filiazioni con la carta incollata. Perché usa altri materiali (rifiuti, robaccia, ciarpame) che lo distinguono nel dare lo status d’arte al mito della non-arte.

E’ la sua frattura con la tradizione. Sono scambi sociali con il fruitore che si ritrova in un ambiente familiare, in un luogo ricorrente nella sua quotidianità, corrispondente a quanto teorizzava Restany nel descrivere il “riciclaggio poetico del reale urbano”, e l’incremento di un’estetica sociologica.

Una maniera che si adempie in Vezzoli nella partecipazione “delle cose alle idee”; comunque non nel dipingere una figurazione come nella mimesi platonica ma adeguata più alle tesi di Aristotele quando presenta l’oggetto nel “saper operare” che in sé contiene valori tali da formare ciò che corrisponde allo spirito dell’artista, in accordo con Rousseau quando affermava che tutta l’arte va ricondotta nell’ambito delle passioni.

Sicché disloca con fierezza quanto si è poi manifestato nella Pop Art sostenuta da un peso commerciale piuttosto che da un problema culturale presente nella società. E affonda un consumato bisogno di sintesi per soluzioni compositive e per stabilire la verità.

In lui c’è l’elevazione della materia in quanto tale, nell’influsso di suscitare un’esteriorità che suggerisca allo spettatore l’elaborazione del rapporto che lega l’oggetto scelto alla contaminazione estetica. E ancora una volta si presenta come teorico di pratiche tutte sue, fin dal preparare i fondi con cemento, polvere di marmo o di quarzo che gli consentono di ottenere superfici grumose, e nell’impiegare olio o acrilico, e altri pigmenti. Pertanto, nei suoi ultimi lavori, a prima vista, notiamo la frammentazione e sicuramente la materia di una pittura a coprire superfici che non sono soltanto tele ma tavole, legni logorati dal secolo, polistirene, carte di sartoria, sacchi, brandelli di vecchie opere che riutilizza in nuove composizioni, nel distruggere il deja vu e dare l’indistinto in una pittura come forza creativa per uno studio del bello da rinnovare ma anche come fragilità di stile motivazionale. E mantiene la verifica di un gergo pittorico sempre più a stretto contatto con quello plastico e sviluppa il tema degli oggetti trovati e amplifica una sapiente complicità con parametri di misura con l’estensione della superficie. E insegue confini cui aspirare mentre mescola complessi esami ad analisi introspettive di tecniche miste che si presentano come un divenire altro, giacché un artista non termina mai di accertare la validità di quanto fa, e prova, saggia, controlla per un solo fine: continuare per quanto nella filosofia platonica è definita la reminescenza delle idee, cioè l’atto supremo del conoscere.

 

Andrea Barretta

contemporanea

24 novembre > 22 dicembre 2018

 

L’arte aniconica di William Vezzoli

 

 A cura di Andrea Barretta

 

C’è da restare impressionati davanti alle opere di William Vezzoli, forse per quell’impronta pittorica che fa pensare a una lunga storia di convivenza con l’arte

tra serene acquiescenze e furiose battaglie consumate nella lotta per la ricerca

di una forma pura nel superare la stessa pittura e nella testimonianza da lasciare al tangibile il coronamento del colorismo. Questo è quanto vediamo nella sua arte,

e c’è di che viverne gli aspetti, nel sondare l’individuale per giungere al collettivo

che lo pone tra i grandi artisti italiani nel definire il confine tra l’arte e il quotidiano con i suoi oggetti soggetti.

La copertina della monografia d’arte, ed. ab/arte, pp. 108, in edizione italiano—inglese

La copertina della monografia d’arte a cura e di Andrea Barretta

“L’arte aniconica di William Vezzoli”

(pp. 108, con traduzione testo in inglese, ed. ab/arte)

archiviata nella biblioteca del Metropolitan Museum di New York. >

Brescia, Galleria ab/arte. La copertina della monografia d’arte a cura e di Andrea Barretta, “L’arte aniconica di William Vezzoli”, (pp. 108, con traduzione testo in inglese, ed. ab/arte).Brescia, Galleria ab/arte. L’arte aniconica di William Vezzoli, a  cura di Andrea Barretta. Brescia, Galleria ab/arte. L’arte aniconica di William Vezzoli, a  cura di Andrea Barretta. Brescia, Galleria ab/arte. L’arte aniconica di William Vezzoli, a  cura di Andrea Barretta. Brescia, Galleria ab/arte. L’arte aniconica di William Vezzoli, a  cura di Andrea Barretta.